Articolo a firma di Davide Mancino apparso sul sito web del Sole 24 ore il 5 giugno 2018

Pochi giorni fa l’agenzia europea di statistica ha pubblicato i nuovi dati sul lavoro a termine in Europa, che mostrano quanti lavoratori e lavoratrici hanno un contratto a tempo determinato sul totale dei dipendenti. Possiamo usarli per capire chi sono e cosa fanno le persone con un impiego di questo genere, sotto vari punti di vista.

Uno dei più importanti, perché riguarda le proprie prospettive di vita e la possibilità di programmare un minimo il futuro, riguarda proprio la durata del contratto. Sappiamo che la scadenza più comune per questo genere di accordi è quella inferiore a un anno, che coinvolge l’impiego di oltre due milioni di persone. Per parte loro i contratti brevissimi, di durata che non supera i tre mesi, coinvolgono invece poco più di 600mila persone, e per circa 90mila invece il lavoro si rinnova per meno di un mese alla volta. Più rari invece i contratti di durata maggiore, per i quali parliamo invece di poche centinaia di migliaia di lavoratori.

Durata dei contratti a termine (terzo trimestre 2017)

Se invece vogliamo capire chi sono, queste persone, possiamo per esempio dividerli in gruppi in base alla loro età, sesso e livello di istruzione. In questo modo scopriamo che l’insieme di dimensione maggiore è costituito da giovani fino a 35 anni, in buona parte diplomati. Prendendo invece soltanto le donne, troviamo invece un ampio nucleo di lavoro a termine anche fra la laureate e anche in età leggermente più avanzata. Il terzo e ultimo gruppo principale è quello degli over 50, che in particolare fra gli uomini – anche se non in maniera esclusiva – coinvolge di più coloro con la licenza media o un titolo di studio inferiore.

Cosa fanno i lavoratori a termine

Dall’analisi dei settori in cui il ricorso ai contratti a termine è maggiore, possiamo anche farci un’idea di massima delle condizioni economiche dei lavoratori. Troviamo infatti che il lavoro a tempo determinato compare spesso nei campi più poveri, dove molte volte il reddito dei lavoratori è già basso di per sé come l’agricoltura o il turismo.

Secondo Francesco Seghezzi, direttore della fondazione ADAPT ed esperto di mercato del lavoro, “quello che preoccupa in Italia è la qualità delle mansioni e delle qualifiche per le quali si utilizza il contratto a termine, oltre che la crescita di contratti a termine di bassa durata. Significa che oltre ad una fetta di lavori che sono a termine per esigenze economico-produttive delle imprese se non anche dei lavoratori, c’è una crescita in corso di lavori a termine di bassa qualità. Segnale forse di emersione del nero in parte, ma sempre segnale di un mercato del lavoro che si sta polarizzando”.