Articolo apparso sul numero di giugno 2018 di Leader.

La nascita e la sempre più pervasiva diffusione dell’Intelligenza Artificiale è una di quelle conquiste che lascia intravedere la bellezza pura dell’innovazione tecnologica. E come ogni bellezza pura che si rispetti, anche questa presenta alcune tinte più fosche, capaci di toccare note ancestrali della nostra anima, connesse a moti di dubbio, sospetto e, in una certa misura, paura.

Ma L’intelligenza Artificiale non è più qualcosa che possa passare inosservato o essere considerato mero orpello tecnologico, ulteriore corredo alle nostre vite già invase da device, schermi e notifiche. L’Intelligenza artificiale è semmai destinata a toccare nel profondo le nostre esistenze, a mutarne traiettorie e stilemi, a modificare il noto a favore di un affascinante ignoto.

 

Dove vai se your home non è smart?

È già presente un alto livello di pervasività in sistemi al servizio del pubblico mainstream, come gli assistenti per la smart home. Alexa, per esempio: l’assistente virtuale di Amazon pensato per integrare ogni aspetto della vita domestica, per comprendere le nostre richieste attraverso specifiche domande e soddisfarle restituendo, idealmente, il risultato desiderato.

Oltre a leggere le news, informarti sullo stato del traffico, riprodurre la tua canzone preferita e riferire le condizioni meteo, Alexa può essere utilizzato anche per l’automazione domestica, poiché capace di dialogare con gli elettrodomestici intelligenti presenti nelle nostre abitazioni.

Un livello d’inferenza nella quotidianità che potremmo dichiarare viscerale, a volerla buttare sulla poesia. Attenendoci ai fatti, la presenza dell’Intelligenza Artificiale nella nostra quotidianità implica una trasformazione del modo di vivere la vita stessa. Una trasformazione del nostro modo di rapportarci ad azioni finora scontate – come quella apparentemente banale di regolare la temperatura del termostato – e che ora si ammantano di un nuovo alone di originalità.

 

L’azienda e il QI artificiale

Ed estendendo queste riflessioni al guscio del mondo lavorativo, è innegabile che l’Intelligenza Artificiale ci ponga di fronte l’ennesima sfida: quella di sviluppare nuove capacità.

Se ormai si staglia con chiarezza all’orizzonte una dimensione in cui i lavori che potranno essere automatizzati saranno di fatto ‘persi’ dagli esseri umani, non bisogna comunque lasciarsi andare a beceri allarmismi. Infatti, è altrettanto certo che si accentuerà sempre più il peso di quelle skill che spostano il fulcro dall’azione al pensiero.

Se la presenza di macchine dalle facoltà stupefacenti pone quasi nero su bianco senza possibilità di controbattere che, con buona pace di tutti, alcuni lavori sono più produttivi ed efficienti se lasciati in mano ad algoritmi, sistemi e calcoli, peccheremmo di scarsa lungimiranza se non utilizzassimo i nuovi circuiti messi in campo dall’Intelligenza Artificiale per valutare un nuovo percorso formativo.

Se l’attività di crescita e formazione continua deve restare una colonna portante del mondo del lavoro, può avere senso incanalare le proprie energie laddove il valore aggiunto dell’ingegno umano sia ancora scarsamente eguagliabile dagli automatismi propri di una macchina. La raccolta di dati, la loro analisi e il loro collegamento è forse un’attività che sarà sempre più nelle mani poco umane delle macchine del futuro (molto prossimo). Ma l’interpretazione dell’analisi degli stessi costituisce già un confine entro il quale la mente umana ha ancora molto da dire.

 

L’umanità che non perde di valore

E che dire di tutte quelle facoltà che ci permettono di interagire con i nostri simili? Non parliamo solo di quelle semplici interazioni che oggi fanno sempre più riferimento all’accettazione e all’approvazione sociale. Bensì di tutto quel ribollire prettamente umano capace di spronare un altro individuo a migliorare, a superare sé stesso e i propri limiti, a mettere in campo azioni in grado di sconvolgere la sua vita tanto da infondergli la capacità di sviluppare un mind set che prima mai aveva neppure sognato. In una parola: motivare. Una macchina ben congegnata può analizzare perfettamente le crepe di un business difettoso. Ma, per quanto ben congegnata, difficilmente riuscirà a motivare i dipendenti di un’azienda al raggiungimento degli obiettivi annuali.

Ecco che quindi all’uomo continua a essere richiesta a gran voce la capacità di entrare in contatto con altre persone, di intessere una rete reale e produttiva e, soprattutto, di creare relazioni: un automa, per quanto incredibilmente intelligente, non può – e forse potrà mai – sostituire l’empatia, il sentimento, e la vicinanza emotiva, patrimonio umano incedibile.

Tutti elementi che sembrano rimanere imprescindibili nella lettura dei comportamenti umani, nell’interpretazione di possibili inefficienze o nello sviluppo di dinamiche di crescita e motivazione. Ma sono “l’unica salvezza” per sopravvivere all’avvento dell’intelligenza artificiale? Niente affatto. Sono piuttosto da inquadrare come quell’elemento distintivo capace continuare a valorizzare il pensiero unico, creativo e innovatore dell’essere umano rispetto alla rigidità dell’automazione, per quanto ci si stia spostando verso linguaggi sempre più in grado di assomigliare – ancora da lontano – alla natura umana.

 

Rimanere umani e arrendersi alla pervasività dell’Intelligenza Artificiale, dunque?

Una frase, quella riportata qui sopra che rappresenta l’approccio più lontano da quello che rende realtà l’innovazione. Subire passivamente gli output di una macchina non può essere la strada per il futuro. Piuttosto, una mentalità davvero disruptive è quella che permette all’uomo di guidare lo strumento, di interrogarlo e capire i processi che hanno portato a un determinato risultato, senza lasciarsi governare a testa china.

In poche parole, far sì che quell’insieme di frammenti che ci rende umani e irripetibili sia anche ciò che ci rende indispensabili affinché le macchine ci conducano verso quel futuro che ci stanno promettendo: una vita in qualche modo più semplice, lavorativa e non.

 

Risorsa Uomo

Alessandro Frè
Federico Ott

 

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