Articolo apparso su Business Insider Italia in data 5 febbraio 2019 a firma di Michela De Biasio.

Incentrato sul tema della globalizzazione, il World Economic Forum (WEF) 2019 si è svolto nella cittadina svizzera di Davos e si è concluso da poco, lasciando molti spunti e indirizzi di lavoro ai grandi della politica e dell’economia mondiali.

Fra i diversi panel e le iniziative per l’annual meeting del WEF, l’attenzione è stata puntata anche sui temi del lavoro e dell’istruzione del futuro. Queste due dimensioni, strettamente correlate, si trovano vicendevolmente stimolate dagli sviluppi e dalle innovazioni della tecnologia che stanno stravolgendo il nostro modo di pensare al mondo lavorativo e a quello della formazione.

Basti pensare infatti che secondo i dati su cui si è ragionato a Davos, il 65% dei bambini che iniziano quest’anno la scuola prenderanno lauree per svolgere delle professioni che oggi nemmeno esistono.

Quali sono le traiettorie di sviluppo principali che si prospettano per i cambiamenti nel mondo del lavoro? E in che direzione deve evolvere l’educazione per essere pronta a queste sfide?

Le opportunità nel mondo del lavoro

I modelli di occupazione e le nuove tecnologie hanno radicalmente modificato le diverse professioni lavorative a cui eravamo abituati a pensare.

Ciò che risulta fondamentale oggi, secondo le indicazione e gli scenari dipinti dal WEF 2019, è che i Governi e le aziende si facciano trovare pronti a questo cambiamento, per sfruttarne le potenzialità e non subirne solamente gli effetti.

Se da un lato infatti le tecnologie fanno scomparire scenari che nel passato erano consolidati, dall’altro creano anche nuove opportunità che possono avere un impatto positivo sul futuro del mondo del lavoro.

Secondo un recente studio di McKinsey, ad esempio, il 49% delle attività lavorative a livello globale potrebbe essere automatizzato con l’ausilio della tecnologia entro il 2055. Per quanto riguarda l’Italia, in particolare, saranno circa il 60%delle mansioni aziendali ad essere impattate dal fenomeno.

L’automazione però non deve essere considerata solamente come un pericolo per la scomparsa di posti di lavoro bensì come canale di ottimizzazione delle mansioni della forza lavoro. Come sostenuto da Parag Khanna, autore di “The Future Is Asian”, se le aziende useranno l’automazione per questi scopi, senza esserne invece sopraffatte, l’industria 4.0 potrà veramente avvantaggiare sia queste sia i loro clienti.

Un altro scenario prospettato dal WEF 2019 riguarda invece la cooperazione con le macchine da parte della forza lavoro. Quello che Thomas Kochan, co-direttore del MIT Sloan Institute for Work and Employment Research ha definito come un “nuovo contratto sociale con i lavoratori”. Le aziende in tal senso dovrebbero cercare di coinvolgere la forza lavoro nei processi di automazione, per cui anche le organizzazioni sindacali e i governi possono diventare agenti attivi nello sviluppo di nuove strategie dell’organizzazione del lavoro nel rapporto con la tecnologia.

Infine, secondo l’ultimo scenario proposto dal WEF 2019 la trasformazione digitale può portare alla trasformazione della forza lavoro non solo per i big del G20, ma anche per i mercati emergenti. La tecnologia digitale e la mobilità condivisa, ad esempio, hanno portato alla nascita in Indonesia di Go-Jek, la più grande azienda nella storia del paese.

Secondo Richard Heeks, direttore del Center for Development Informatics e ricercatore senior presso il Sustainable Consumption Institute, attraverso le potenzialità dell’innovazione tecnologica si può creare un nuovo modello economico con maggiori possibilità e minori disuguaglianze, con nuovi standard occupazionali di base.

Qual è il ruolo dell’istruzione in tutto questo?

Sempre secondo i dati del WEF, presentati in un recente rapporto sul futuro del lavoro, il potenziale che svilupperanno entro i prossimi sette anni intelligenza artificiale, robot, e automazione industriale sarà di 133 milioni di nuovi posti di lavoro, a fronte dei 75 milioni che andranno persi. Un saldo comunque positivo di 58 milioni di nuove posizioni, che tuttavia non si potrà verificare senza un investimento parallelo nel mondo della formazione, che dovrà rivedere completamente i propri paradigmi.

A Davos, durante il WEF 2019, Henry Blodget (Ceo, Co-Founder, ed Editorial Director di Business Insider) ha diretto un panel dal titolo “Learning Today for Tomorrow’s Jobs”, che aveva l’obiettivo di riflettere su questi temi.

Scopo di questo panel è stato anche il voler far chiarezza sul tema dell’evoluzione del mondo del lavoro, che spesso provoca paure e reticenze nel lavoratore medio che si sente costantemente dire che i robot sostituiranno milioni di posti di impiego. Ma al di là delle stime sui numeri dei nuovi posti che verranno creati o di quelli che verranno persi, cosa cambia nel modo di lavorare e nella formazione?

Si parte dalle competenze che saranno necessarie. Le skill che la maggior parte dei lavoratori possiedono oggi, secondo gli esperti, non sono adeguate a quelle che verranno richieste da molti lavori del futuro, e diventerà fondamentale impararle e svilupparle. L’Institute for the Future e Cornerstone OnDemand hanno creato a tal proposito una vera e propria guida (denominata Future Skills Map), che annovera fra le skill necessarie il comprendere l’intelligenza artificiale e la tecnologia del machine learning, o capire come questi strumenti lavorano per noi e imparano dai nostri comportamenti. Ma anche skill più generali come immaginazione, creatività, pazienza sino addirittura alla maturità emotiva.

Gli spunti principali emersi Davos

Fra le idee principali, gli esperti si sono dichiarati concordi nel dire che per il prosperare di questo cambiamento globale, la formazione professionale deve diventare un impegno di lungo periodo, quasi a vita, in cui lavoratore non deve essere lasciato solo ma deve essere seguito dal settore pubblico e da quello privato. Come fare per attuare tutto ciò?

È fondamentale capire che ci sono competenze che non possono essere automatizzate, ha detto Julie Gebauer, capo della direzione per il capitale umano e i benefit alla Towers Watson.

Gebauer ha affermato che mentre l’automazione è diventata il punto centrale di discussione di questo enorme cambiamento,c’è “anche un intero insieme di abilità umane che saranno incredibilmente importanti per il futuro“. Come le capacità interpersonali (capacità di interagire con clienti) o anche le capacità globali (essere in grado di operare virtualmente con persone di tutte le culture diverse). A ciò si somma il fatto che i cambiamenti che porterà la digitalizzazione nel mondo del lavoro non avvengono all’interno di un sistema vuoto, poiché ci sono anche le controparti con i cui i lavoratori si interfacciano (clienti, committenti, pazienti, fornitori…) in questa equazione.

L’elemento umano quindi è importante quanto le prestazioni tecniche, e il datore di lavoro ne deve tener conto nel fornire un’adeguata formazione ai dipendenti.

Coinvolgere sindacati, aziende e governi, è la richiesta di Christy Hoffman, segretario generale della  UNI Global Union

L’organizzazione della Hoffman rappresenta 20 milioni di lavoratori nel settore dei servizi, e secondo quanto da lei rilevato, mentre alcune aziende hanno riconosciuto la necessità della riqualificazione interna, ci sono anche altri lavoratori che non sono inseriti all’interno di adeguati percorsi formazione, e che si troveranno in futuro ad essere lasciati indietro. In queste situazioni, secondo la Hoffman, le soluzioni dovrebbero essere determinate attraverso la cooperazione dei sindacati con i responsabili politici e i datori di lavoro. Questo per far sì che ai lavoratori che vivono questo processo di cambiamento sia assicurato un adeguato percorso di riqualificazione.

Sul diritto al lifelong learnin si è soffermato Guy Ryder, direttore generale dell’International Labour Organization (ILO).

In un recente rapporto, l’ILO ha chiesto “il riconoscimento di un diritto universale all’apprendimento permanente e all’istituzione di un efficace sistema di questo apprendimento”. In altre parole, secondo l’ILO, le nazioni dovrebbero riconoscere che nel mondo contemporaneo l’apprendimento della forza lavoro non può terminare dopo il liceo o l’Università.

Invece di concentrarsi sulle statistiche sui posti di lavoro che andranno persi, secondo Ryder, è importante puntare su ciò che funziona e funzionerà nel futuro del mondo del lavoro.Questo significa, tra le altre cose, che le nazioni e le grandi corporation devono iniziare a considerare più seriamente i programmi di apprendistato, che possono essere modellati su quelli di successo come quelli in Svizzera e Germania, i quali in media hanno un ritorno dell’investimento maggiore.

In Svizzera, ad esempio, un adolescente può iscriversi a un periodo di apprendistato di tre o quattro anni e allo stesso tempo completare la scuola, conseguendo così una certificazione riconosciuta a livello nazionale e un lavoro da parte dello sponsor. Secondo Ryder questi programmi operano molto bene, e affinché funzionino anche negli altri paesi, governi e le aziende dovrebbero soprattutto accettare regolamenti e standard comuni.

Adam Grant, professore alla Wharton School (Università della Pennsylvania), ha trattato il ruolo delle competenze e della formazione interna.

Secondo Grant, quello che abbiamo di fronte oggi è un cambiamento nel mondo del lavoro che si è già creato in passato. Ciò che cambia oggi è che, al di là di una laurea,quello che deve evolvere sono le competenze e le capacità dei lavoratori.

“Se gestissi un’azienda, la prima cosa che farei sarebbe fare un elenco di tutte le competenze che non riesco a trovare all’esterno“, ha affermato Grant. “Creerei una serie di job descriptions, e programmi di formazione interna in cui dovrebbero essere i dipendenti a insegnare gli uni agli altri le diverse competenze, senza doversi muovere lungo una scala ma potendo semplicemente ruotare”.

Le aziende devono considerare l’investimento nei programmi di formazione interni come un vantaggio competitivo, dice Bill Thomas, presidente della Kpmg.

“Ho un team incredibile che conosce la nostra organizzazione, conosce i nostri valori, sa che cosa rappresentiamo, sa cos’è importante per l’azienda, e l’investimento che possiamo fare per la loro riqualificazione non è nulla se comparato a quello che dovremmo fare per costruire da zero questa cultura”. “Se penso all’evoluzione che riguarda la nostra forza lavoro, alla disruption che la tecnologia che avrà su di essa, non posso aspettare una risposta del governo”.

Come dichiarato da Thomas, un aumento degli investimenti e della disponibilità per la formazione interna è parte integrante dei requisiti per il successo di un’azienda che guarda al futuro. E servirà anche a rendere Kpmg più attraente rispetto ai suoi concorrenti.

Non basta una laurea quindi per essere pronti al mondo del lavoro, ma una formazione continua che permetta alle persone di adattarsi e adeguarsi ai cambiamenti e alle sfide che la tecnologia crea ogni giorno. Senza dimenticare però che le aziende e i lavoratori non possono essere lasciati soli in questo processo, ma devono essere sostenuti dai governi e da tutti quegli agenti pubblici e privati che possono partecipare attivamente alla creazione di un’offerta formativa adeguata.

 

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